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Crisi in Iran: la versione del governo tra accuse all’estero, tensioni interne e promessa di riforme PDF Stampa E-mail
Scritto da Luigi Cangiano   
Giovedì 15 Gennaio 2026 07:40

L’Iran attraversa uno dei momenti più delicati della sua storia recente. Le proteste esplose il 28 dicembre 2025 si sono rapidamente estese a tutte le 31 province del Paese, alimentate da una crisi economica ormai fuori controllo, dal crollo del rial e da un clima sociale sempre più teso. Mentre la comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione, il governo iraniano offre una lettura precisa degli eventi in corso.

 

Per il governo iraniano, le manifestazioni non sarebbero l’esito spontaneo del malcontento popolare, ma il risultato di una strategia di destabilizzazione orchestrata da potenze straniere. Il presidente Masoud Pezeshkian ha accusato apertamente Stati Uniti e Israele di tentare di “seminare caos e disordine” nel Paese. Le tensioni con Washington sono ulteriormente aumentate dopo che il presidente Donald Trump ha minacciato un intervento qualora le forze iraniane avessero continuato a usare violenza contro i manifestanti. Teheran ha dichiarato che l’Iran reagirà militarmente a qualsiasi attacco americano o israeliano.

 

La narrazione istituzionale insiste sulle vittime tra le forze dell’ordine. Secondo l’agenzia Tasnim, 109 membri dei corpi di sicurezza sarebbero stati uccisi dall'inizio delle proteste, dato utilizzato dal governo per presentare l’ondata come violenza orchestrata da gruppi radicali. Sono stati dichiarati tre giorni di lutto nazionale per quelli che il governo definisce “martiri” caduti nel mantenimento dell’ordine. I media di Stato hanno anche mostrato immagini di corpi all’esterno di un obitorio nella periferia sud di Teheran, una scelta interpretata da molti osservatori come un tentativo di enfatizzare la gravità della situazione e rafforzare la narrativa contro elementi estremisti.

 

Pur insistendo sulle interferenze straniere, il governo non nega la gravità della crisi economica. Il presidente Pezeshkian ha promesso un piano di riforme economiche per rispondere alle richieste della popolazione, dichiarandosi “pronto ad ascoltare il popolo” e a intervenire su inflazione, perdita del potere d’acquisto e svalutazione della valuta nazionale. La crisi ha radici profonde: il rial ha perso più del 40% del suo valore dopo il conflitto con Israele del giugno 2025, aggravandosi ulteriormente con le sanzioni reimposte dall’ONU. Per fronteggiare la situazione, il governo ha sostituito il governatore della banca centrale e introdotto nuovi sussidi sui beni essenziali, anche se tali misure appaiono insufficienti a contenere il deterioramento economico.

 

Il leader supremo Ali Khamenei ha affermato che il governo sarebbe disposto a dialogare con i manifestanti “legittimi”, distinguendoli dai “rivoltosi”, che invece “devono essere messi al loro posto”. Questa distinzione è centrale nella strategia del regime: riconoscere un disagio sociale reale, ma delegittimare ogni forma di protesta più radicale. Secondo la narrazione ufficiale, le proteste sarebbero un fenomeno ibrido, composto da malcontento genuino e infiltrazioni estremiste sostenute dall'estero.

 

Nonostante le immagini di scontri diffuse dalle ONG, il governo continua a dichiarare che la situazione è sotto controllo. La diffusione di videodocumentazioni dei cadaveri, inedita per i media di Stato, viene presentata come un segnale di trasparenza e al tempo stesso come prova della presenza di agitatori violenti. Per Teheran, la Repubblica Islamica non è in crisi, ma sta fronteggiando un’offensiva esterna mentre tenta di attuare riforme economiche interne.

 

La narrativa del governo iraniano sulla crisi del 2026 si articola quindi lungo tre direttrici principali: attribuzione delle proteste a interferenze straniere, esaltazione del ruolo delle forze di sicurezza come vittime della violenza e parziale apertura a riforme economiche senza concessioni politiche. Con le tensioni ancora in crescita, resta da capire se questa strategia riuscirà a contenere una mobilitazione sociale che molti analisti considerano la sfida più grave degli ultimi anni per la Repubblica Islamica.

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 15 Gennaio 2026 07:47