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Negli ultimi giorni, la politica marchigiana è stata scossa da un’inchiesta giudiziaria che coinvolge Matteo Ricci, europarlamentare del Partito Democratico ed ex sindaco di Pesaro. Ricci è stato iscritto nel registro degli indagati per concorso in corruzione nell’ambito dell’indagine denominata Affidopoli, che ruota attorno a una presunta rete di affidamenti diretti senza gara pubblica a due associazioni culturali locali.
Secondo la Procura di Pesaro, tra il 2019 e il 2024 sarebbero stati assegnati circa 600mila euro di fondi pubblici a queste associazioni per attività culturali e artistiche, spesso con causali poco chiare o addirittura false. In un caso emblematico, 20mila euro destinati alla “manutenzione idrica” sarebbero stati utilizzati per realizzare un murale dedicato a Liliana Segre. Ricci non avrebbe ricevuto denaro, ma avrebbe favorito il sistema per ottenere consenso politico, secondo gli inquirenti.
L’inchiesta coinvolge anche altri esponenti locali, tra cui ex consiglieri comunali e presidenti di associazioni, accusati di aver beneficiato personalmente degli affidamenti. Il quadro che emerge è quello di una gestione opaca delle risorse pubbliche, dove la cultura diventa strumento di propaganda e consenso, anziché veicolo di crescita collettiva.
Ricci ha respinto le accuse, dichiarandosi estraneo ai fatti e sostenendo di non aver mai avuto rapporti diretti con le associazioni coinvolte. Tuttavia, la questione non è solo giudiziaria, ma profondamente politica e morale. In un momento in cui la fiducia dei cittadini nelle istituzioni è fragile, episodi come questo rischiano di minare ulteriormente la credibilità della classe dirigente.
La lotta alla corruzione non può limitarsi alle aule dei tribunali. Serve un impegno concreto per garantire trasparenza, legalità e responsabilità nella gestione della cosa pubblica. E serve, soprattutto, una politica che torni a essere servizio, non strumento di potere.
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