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Web e democrazia. Le paure dell'Occidente e l'Italia che difende i segreti! PDF Stampa E-mail
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Pubblichiamo con estremo piacere ed interesse l'ultimo lavoro di Carlo Ruta sulle paure che genera la nostra nascente webdemocrazia, un sistema che se riuscirà a rafforzarsi e ad imporsi avrà in futuro grosse possibilità di variare in positivo la nostra vita. Tutto ciò, però, genera paure in chi finora ha tenuto e vuole ancora tenere saldamente in mano le redini del potere.

Sta a tutti noi combattere con l'unica arma che conosciamo la VERITA' affinché il Mondo possa diventare qualcosa in cui essere fieri di essere vissuti! L'ordine dal caos creiamolo noi, non facciamocelo più imporre dalle solite massonerie!

Luigi Cangiano

 

Web e democrazia. Le paure dell’Occidente e l’Italia che difende i segreti

di Carlo Ruta

 

 

Il web ha fatto presto a divenire un bisogno radicale, avendo intercettato una motivazione profonda, che è quella di esprimersi, relazionarsi in modo complesso e, soprattutto, interagire con il mondo. In questo senso, ha democratizzato i processi della comunicazione. È nell’ordine delle cose allora che si cerchi di limitarlo e controllarlo. Ma chi ha paura di internet? Le cronache degli ultimi anni hanno documentato repressioni plateali in Birmania, nella Cina Popolare, in Iran, in altri paesi. È comprovato poi il contributo che i social network hanno offerto, fino ad oggi, alle lotte per la democrazia, aiutando a rompere l’isolamento e a coordinare i progetti di resistenza. È quanto sta accadendo in diversi paesi arabi, dal Maghreb al Medio Oriente. La prima lezione che viene dai fatti chiarisce allora che il nesso tra web e democrazia è fondamentale. La questione è tuttavia complessa, perché le realtà appena citate rappresentano il limite estremo, mentre misure di controllo sofisticate vengono tentate nei paesi liberal, dove la rete rischia di finire in rotte di collisione con i poteri più forti della terra.

La vicenda di Wikileaks, l’organizzazione che ha svelato la guerra in Afghanistan, alcune stragi di civili in Iraq e i «punti di vista» della diplomazia statunitense nel mondo, dimostra che si è già alle scaramucce. L’establishment americano, come è noto, ha reagito con stizza. Il Pentagono ha definito la pubblicazione di 250mila cablogrammi delle ambasciate «un tentativo irresponsabile di destabilizzare la sicurezza globale». E le invettive sono state concomitanti con alcuni fatti. Julian Assange, l’attivista più noto della rete informativa, subito dopo la pubblicazione dei messaggi diplomatici, è stato arrestato, su disposizione di magistrati svedesi, per un reato disonorevole. In poco tempo ha subito il prosciugamento dei conti bancari su scala planetaria, come avviene nei casi di famigerati terroristi internazionali. Non solo: secondo i suoi avvocati, negli USA si starebbe lavorando in sordina perché possa essere incriminato per spionaggio, reato che viene punito con lunghe pene detentive. Non è detto che si voglia e si possa arrivare a questo. Sarebbe un fatto dirompente, che potrebbe risultare un boomerang per gli Stati Uniti, tenuto conto peraltro che una sentenza del 2010 della Corte Suprema americana ha sancito la liceità della pubblicazione di documenti segreti del Pentagono da parte di Wikileaks. È più verosimile allora che si tratti solo di una minaccia. Il clima comunque non è sereno e tende a peggiorare, mentre sullo sfondo di Wall Street esordisce la rivolta degli indignados americani. Nella prefazione a un libro uscito di recente, Dossier WikiLeaks. Segreti italiani, firmato da Stefania Maurizi, Assange parla di opinionisti della Fox che senza mezzi termini avrebbero invitano gli ascoltatori a ucciderlo. Potrebbe trattarsi di esagerazioni, di parole buttate lì, in contesti poco significativi. In ogni caso, diversi segnali attestano che la reazione in America è già in atto. È possibile allora un nuovo maccartismo, a tempo di internet?

La domanda è in fondo retorica, perché a conti fatti l’America, almeno su alcune linee strategiche, in particolare quella della «sicurezza nazionale», è rimasta fedele alla sua storia recente. Il paese che, infiammato dal Patriot Act, ha gestito per anni, e gestisce verosimilmente ancora oggi, il campo di Guantànamo non è lontano da quello che portò sulla sedia elettrica Julius ed Ethel Rosenberg. Questa America, fedele appunto a sé stessa, inizia a temere il web mentre ostenta di sostenerlo, e, da gendarme della terra, minaccia di reprimerlo quando occorre, in casa, a Stoccolma, ovunque sia necessario. Con quali giustificazioni? Al tempo dei Rosenberg, fino a tutti gli anni Ottanta, era facile esibire l’alibi della guerra fredda. Adesso le cose sono cambiate. Non si può sbandierare l’esistenza di una potenza nemica che minaccia con il proprio arsenale atomico il mondo cosiddetto libero. Wikileaks e le altre realtà del web che rivendicano la trasparenza della politica, non sono nelle mani del terrorismo islamico, né sono uno strumento d’assalto degli Stati outlaws, né un congegno subdolo della Cina, che insidia oggi, con ben altri mezzi, il primato economico mondiale degli States. I modi, più o meno travisati, con cui si cerca di colpire alcuni livelli della nuova informazione, rappresentati come «crimine oggettivo», meritano di essere considerati allora con attenzione.

Non si tratta, a ben vedere, di una questione contingente. Il web del presente crea apprensioni, ma tanto più suscita timori quello che si annuncia, di cui Wikileaks ha offerto fino a oggi solo un trailer, una sorta di anteprima. Il contrasto degli Stati e dei poteri forti può essere considerato in questo senso di livello preventivo. E la «prevenzione» è, guarda caso, il paradigma dei conflitti di oggi. La sfida della trasparenza non costituisce, ovviamente, una scoperta, né una prerogativa del web. Conta su una cultura, su una tradizione lunga, che nel secondo Novecento ha conosciuto proprio negli States momenti epici, soprattutto negli anni di Richard Nixon. Gli americani cominciarono a perdere per davvero la guerra del Vietnam nel 1971, quando, in piena escalation militare, il New York Times iniziò a pubblicare i documenti segreti del Pentagono, i Pentagon papers, sulle operazioni in Indocina dal dopoguerra al 1967. Gran parte dell’opinione pubblica statunitense si convinse a quel punto che si trattava di un affare sconveniente. Rimase sorpresa. Riuscì pure a indignarsi, perché non era stata sufficientemente informata su come andavano le cose. Più di quanto fosse avvenuto negli anni precedenti, rivendicò quindi il ritorno a casa dei suoi marines. Alla fine, i falchi del Pentagono furono indotti a rivedere i loro piani. Arrivava poi, con l’emersione giudiziaria dell’affare Watergate, ancora sull’onda di rivelazioni giornalistiche, dalle colonne del New York Times e del Washington Post, il benservito per Nixon, dopo che aveva ricevuto con il segretario di Stato Kissinger il Nobel per la pace.

Era probabilmente il trionfo del «quarto potere». Ma con l’avvento di internet, e tanto più dopo l’avvento del web 2.0, che proprio adesso comincia a cedere però il passo al ben più sofisticato web semantico, la sfida della trasparenza, non intesa come optional ma come chiave di volta della democrazia, può fare balzi in avanti di livello esponenziale. Rischia di essere polverizzato, in particolare, il segreto di Stato, che, dilatatosi in modo abnorme negli anni della guerra fredda, nei sistemi liberaldemocratici è andato sostenendosi come una fatale necessità. Si può trarre da tutto questo una ulteriore conclusione. Il web, mentre espande la democrazia reale, mette alla prova i sistemi che si fregiano dell’appellativo liberal, potendone svelare con una efficacia inedita le illiberalità nascoste, le ipocrisie, gli affari fondamentali in ombra. Quale strumento di democrazia sostanziale, esso può costituire allora il tallone di Achille delle democrazie ufficiali, con implicazioni non indifferenti sotto vari profili. Ma come cambia, in dettaglio, la sfida della trasparenza dopo l’avvento del web?

Negli anni settanta, quando la stampa americana viveva il momento più esaltante, una rappresentazione paradigmatica, e problematica, del «quarto potere» veniva offerta dal film I tre giorni del Condor di Sidney Pollack, tratto da un romanzo di James Grady. Eccone la trama, in estrema sintesi. Prima di varcare l’ingresso del New York Times, l’agente della CIA Joe Turner, nome in codice «Condor, interpretato da Robert Redford, è scampato a diversi attentati. A volerlo morto è un apparato segretissimo, interno alla stessa Intelligence statunitense, che sta pianificando una guerra in America Latina per il controllo dei pozzi di petrolio e che sta eliminando uno dopo l’altro i testimoni scomodi, interni alla stessa organizzazione. Uno di questi è appunto il Condor, autore di un rapporto riservato, deciso a far saltare tutto, denunciando l’intrigo alla stampa libera. Egli ritiene sia questa la sua salvezza e, soprattutto, la salvezza morale del paese. Alla fine, braccato dai suoi datori di lavoro, Turner consegna il report al giornale, ma il film di Pollack chiude con un interrogativo. Appreso che il rapporto è finito nella redazione del quotidiano, il funzionario Higgins, che ha diretto sul terreno le operazioni omicide, gela il Condor con queste parole: «Ma sei sicuro che lo stampano? Dove arrivi se poi non lo stampano?».

Gli scenari adesso sono cambiati di gran lunga. Disponendo di un PC, l’attivista del web che rivendica, come il Condor degli anni settanta, la trasparenza politica non ha bisogno di attraversare uno spazio fisico, sobbarcandosi fatiche di livello mitologico, per varcare l’ingresso del New York Times. Attraverso la posta elettronica, i blog, you tube, twitter, facebook, e altro ancora, egli può comunicare con numeri altissimi di utenti, di tutti i continenti. Al «Condor» di oggi può bastare una banale connessione in rete per raggiungere con efficacia il suo scopo, mentre mette in discussione la verticalità del processo informativo. La deliberazione ultima non è demandata a un giornale, a un editore, dietro i quali può celarsi, appunto, un potere interessato. Viene assunta bensì, in tempi celerissimi, da un soggetto collettivo, che può finire con il coincidere in tutto e per tutto con l’opinione pubblica di un paese, o di un continente. E Wikileaks propone di questo modello il livello più radicale, raccogliendo informazioni top segret da ovunque per riversarle sull’intero pianeta. Parafrasando il Bogart de L’ultima minaccia, si può dire, con delle ragioni, «È il web, bellezza!», mentre va facendosi sempre più serrata la dialettica tra media vecchi e nuovi, fatta di sinergie e scambi costruttivi, ma pure di tensioni. Wikileaks ne offre ancora un saggio, prima con gli accordi siglati con il New York Times, il Guardian di Londra, il Pais spagnolo e lo Spiegel tedesco, poi con la clamorosa rottura. Alla fine, come è noto, ha deciso di trasferire centinaia di migliaia di documenti segreti in rete senza filtri di sorta. Ma un simile radicalismo, nel segno di una mitica trasparenza assoluta, è ancora coerente con un progetto di democrazia sostanziale o rischia contraccolpi pregiudizievoli alla stessa democrazia? È una questione aperta.

Il caso italiano, infine. Diversamente da altre realtà dell’Occidente, questo paese ha scoperto il web con qualche ritardo. Agli inizi, negli ultimi anni novanta, si è trattato soprattutto di un affare economico, condotto in modo strategico dagli ambiti della telefonia, allora in pieno exploit. Poi, intorno al Duemila, saggiate le facoltà del nuovo strumento, la scena è andata movimentandosi, tanto più quando si è compreso che il web poteva essere usato come acceleratore dei processi di aggregazione civile e politica. In questo decennio più di altri ne hanno beneficiato, non per caso, i movimenti di opposizione: agli esordi del decennio, i girotondi di Moretti, poi il partito di Antonio Di Pietro e il movimento di Beppe Grillo; più di recente, con il supporto di Facebook, le reti del Popolo Viola e gli indignados. Pure in Italia il web che più provoca timori è comunque quello che si profila all’orizzonte, di cui i blog e le testate on-line, come altrove, hanno offerto finora solo dei trailer.

La Repubblica si porta dietro una lunga vicenda di trame, animata da ambienti politici di fede atlantica, servizi segreti «deviati», alti gradi militari, terroristi, faccendieri, mafie. Ne è uscito un blob di segreti che, di delitto in delitto, di strage in strage, ha finito per condizionare fino al paradosso la vita del paese. Come in Turchia, resiste uno Stato profondo che impedisce nei tribunali la ricerca della responsabilità, mentre rimane in auge la dietrologia dei «misteri» che, polverizzando le piste investigative, aiuta in realtà a mantenerli e a moltiplicarli. In definitiva, diversamente da quanto è avvenuto in altre aree del globo, in America Latina per esempio, dove per Fujimori, Videla, Pinochet, Montesinos e numerosi altri è arrivata la stagione dei rendiconti, in Italia non si è mai aperta una reale discontinuità. Fa testo, al riguardo, il processo ad Andreotti. E il compromesso regge, in fin dei conti, in piena era berlusconiana. È sintomatico che un dirigente storico della sinistra italiana, Massimo D’Alema, pur non imputabile di tale Stato profondo, ma convinto forse, per ragioni di real politik, che i conti con il passato non costituiscano più una priorità, né una necessità, sia stato eletto con un voto ampio e bipartisan capo del Copasir, il comitato parlamentare di controllo dei servizi di sicurezza. A fare il resto sono poi le condizioni del paese nel presente: la corruzione pubblica dilagante, la collusione della politica e dei poteri finanziari con le holding criminali, la violenza continuata agli ambienti naturali e alle città.

Tutto questo può aiutare a comprendere allora, in Italia, la condizione del web che fa informazione. Ai trailer, ai reportage e alle analisi negli ultimi anni hanno cercato di forzare il muro del segreto, in tutte le sue declinazioni, si è risposto talvolta in modo goffo e secco, con l’oscuramento di siti, la condanna di giornalisti-blogger in sede civile e penale, l’applicazione di leggi desuete. Ma si è operato soprattutto in chiave strategica, con tentativi continui di introdurre nuove regole, più o meno dirette. Le normative sollecitate dall’Agcom, formalmente per la tutela del diritto d’autore, come il recente ddl che vorrebbe imporre l’obbligo di rettifica su semplice richiesta di parti che si ritengono offese sono un po’ la sintesi di questo lavorio. Ed è storia di oggi.

 
Nicolas Giudici, vittima dimenticata PDF Stampa E-mail
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Nicolas Giudici, vittima dimenticata

Il giornalista e saggista còrso è stato ucciso dieci anni fa, e subito è stato rimosso. Perché? Un caso che getta ombre sui poteri della Francia

 

di Carlo Ruta

 

Era il 16 giugno del 2001 quando Nicolas Giudici è stato assassinato nei pressi di Corte, nel nord della Corsica. Sono trascorsi dieci anni, ed è stato un anniversario triste, perché di fatto non è esistito, non ha evocato nulla, se non ai familiari, a pochi amici, a qualche collega del «Corse-Matin», con cui Giudici aveva a lungo collaborato. Sulla vicenda, sconosciuta in Italia e in altri paesi dell’Europa, la Francia, da Chirac a Sarkozy, ha tenuto un silenzio ostinato, che insiste ancora oggi. Essa ha deciso di non dare importanza alla morte di questo intellettuale sereno e documentato che aveva studiato i disagi profondi della terra in cui era nato. Il caso è stato posto sotto la luce di una faccenda isolata, locale, privata: copione noto nelle terre assoggettate al crimine politico e organizzato. Si direbbe che le istituzioni del Paese abbiano voluto evitare di rispondere alle domande che Nicolas aveva posto negli ultimi anni della sua vita, sulla condizione di degrado della Corsica, stretta dalla triplice morsa di un potere politico coercitivo e distante, dei clan criminali e dell’indipendentismo armato. Il caso potrebbe essere però più complesso. Le responsabilità, ancora più dolose.

 

Nato nel 1949 nel villaggio di Polveroso, in Alta Corsica, dopo aver studiato al liceo Marbeuf di Bastia e filosofia all’Università di Nizza, Nicolas Giudici aveva vissuto a Cannes. Avrebbe mantenuto tuttavia fino alla morte il contatto con l’isola, dove abitavano i suoi genitori e abitano ancora le sue sorelle Claire e Julie. Dopo una breve docenza universitaria in Filosofia, presso l’università di Cannes, aveva intrapreso il lavoro di cronista al «Corse-Matin». Lo avrebbe fatto per 22 anni di fila. Aveva deciso poi di ridurre questo impegno, per dedicarsi alla scrittura saggistica. Nel 1997 aveva dato alle stampe con Grasset di Parigi Le crépuscule des Corses, un raffinato lavoro di analisi, in bilico tra sociologia, antropologia e storia, sulle condizioni dell’isola. Il sottotitolo era Clientélisme, identité et vendetta. Con questo lavoro, egli denunciava tanto le ingiustizie del potere pubblico e l’assenza di una legalità autorevole, quanto i gruppi nazionalisti dell’isola, dilaniati da guerre intestine e disponibili, in alcuni casi, ad accordi con il milieu, la mafia della Corsica. «Il loro mito dell’indipendenza – scriveva ‑ non è autentico, perché nessuno in realtà crede in questo obiettivo fino in fondo. Si tratta solo di un velo che copre il vuoto della loro visione della società». Nicolas era stato ascoltato dalla Commissione parlamentare che si occupava della questione còrsa. E aveva continuato il suo lavoro. Nel 1998 aveva pubblicato per le Edizioni Milan Le problème corse, in cui, traendo spunto dal testo precedente, focalizzava ancora le cause dei disagi che colpiscono l’isola, nell’indifferenza dello Stato francese: altre pagine intense sulle faide tra le famiglie, i silenzi, il fratricidio, l’emarginazione, la legge arcaica del sangue. Poi l’uccisione, dopo che era uscito, ancora con Grasset, La philosophie du Mont Blanc, un tributo alla montagna, che era stata da sempre la sua passione.

 

Il corpo di Nicolas, ferito da proiettili calibro 6,35 al torace e all’addome, è stato trovato da un pastore alle ore 9 di domenica 17 giugno alla Fonte del Melo, nei pressi di Piedigriggio, lungo la strada che da Corte conduce a Bastia. Secondo la sorella Claire, che aveva incontrato il giornalista venerdì, durante la sera avrebbe dovuto raggiungere Nizza con il Corsica Express che partiva da Calvi. Per questo, intorno alle 17,15, un quarto d’ora dopo la conclusione di una riunione di studio universitaria cui aveva partecipato, egli aveva lasciato Corte, non si sa se in compagnia o da solo. L’uccisione era avvenuta di lì a poco, forse dopo una manciata di minuti, e intorno alle 19,30 la sua Fiat grigia veniva trovata in fiamme in un burrone a circa 40 chilometri dal luogo in cui era stato rinvenuto il cadavere, in direzione est, nei pressi del villaggio di San Nicolao.

 

Sin da subito è stata esclusa la pista politica. «Nel suo libro – ha spiegato un inquirente – Giudici ha solo analizzato fenomeni della società dell'isola, senza chiamare in causa nessuno». I nazionalisti, dal canto loro, si sono affrettati a negare qualsiasi coinvolgimento. Al quotidiano «24Heures» del 18 giugno un dirigente del FNLC, uno dei maggiori gruppi indipendentisti, ha dichiarato che Nicolas «non era un nemico della Corsica». Gli inquirenti hanno escluso poi che si potesse trattare di un delitto di mafia, per due motivi fondamentali. Il primo è che la pistola usata per l’assassinio, di piccolo calibro, non è un’arma da killer professionisti. Il secondo è che il giornalista non aveva ricevuto minacce. Intervistata dal giornale «Corse Matin», la sorella diceva che aveva trovato Nicolas «sorridente, rilassato e pieno di progetti». E testimonianze analoghe venivano rese dai partecipanti al seminario dell’università di Corte. Il magistrato Gerard Egron-Reverseau, come hanno riportato i giornali già dal 18 giugno, ha battuto quindi la pista del delitto occasionale, compiuto da balordi. E su questa linea si è lavorato con zelo, per un anno intero, fino a quando la gendarmeria di Ajaccio è riuscita a trarre in arresto un teppista trentenne, Didier Sialelli, autore di numerose rapine a mano armata.

 

Secondo gl’investigatori, nel pomeriggio del 17 giugno, dopo aver imboccato la strada per Bastia, Nicolas Giudici si sarebbe fermato per la foratura di una gomma, e in quella circostanza avrebbe preso a bordo il Sialelli, per motivi ignoti. All’interno dell’auto di lì a poco sarebbe scoppiata una lite, che sarebbe culminata appunto con l’uccisione del giornalista. L’assassino a quel punto avrebbe scaricato il corpo della vittima nei pressi di Piedigriggio e, impadronitosi dell’auto, avrebbe svoltato ad est, verso Cervione, dove, dopo un incidente, avrebbe abbandonato il mezzo, dandogli fuoco. Gli investigatori hanno dedotto tutto questo da dati e reperti materiali, ma soprattutto dalla deposizione di una automobilista, che dallo specchio retrovisore avrebbe intravisto Sialelli nell’auto del giornalista. Si è tenuto conto poi di alcuni riscontri. Qualcuno ha dichiarato che Sialelli, subito dopo il delitto, aveva cambiato pettinatura e abbigliamento, per rendersi forse meno riconoscibile. La gendarmeria accertava, dal canto suo, che almeno in due casi di rapina Sialelli aveva usato una pistola di calibro 6,35.

 

Il seguito della storia è curioso. Arrestato nei primi di agosto del 2002, il presunto assassino dopo un anno di carcerazione è stato liberato, in attesa del processo, per la scadenza dei termini di custodia. Ma non ha avuto il tempo di godere di quella libertà perché di lì a poco è stato ucciso, per motivi sconosciuti. E con questo epilogo, il procedimento giudiziario sulla morte di Nicolas, che avrebbe dovuto ancora chiarire non pochi aspetti in ombra, non essendosi mai staccato peraltro dal terreno indiziario, si è fermato. Restava da definire, tra l’altro, il ruolo che avevano potuto giocare nella vicenda due persone, ancora di Ajaccio: Cédric Campana e la sua compagna Yannick Bridoux, arrestati quali presunti complici dell’uccisore. Da una conversazione al cellulare, intercettata, gli investigatori avevano accertato che il primo, reduce pure lui da una sequela di delitti contro il patrimonio, era «ben consapevole» di fatti connessi al delitto. Dopo l’uccisione del Sialelli essi uscivano tuttavia di scena perché la legge francese non permette la continuazione del procedimento penale se l’imputato principale è deceduto. «La morte di Nicolas – spiega Claire – a quel punto è come finita nel nulla. Non abbiamo saputo più niente». Perché allora lo studioso còrso è stato assassinato?

 

I familiari ritengono che il delitto non presenti retroscena significativi, in grado di invalidare le tesi degli inquirenti. Escludono, soprattutto, che possa essersi trattato di un intrigo politico. «Nicolas – dice ancora Claire – ha condotto una vita bella e grande. Ha avuto solo la sfortuna di incrociare sulla sua strada, per pura casualità, un balordo, che agiva probabilmente sotto l’effetto della droga». Qualcuno non esclude tuttavia la pista del delitto organizzato. Lo scrittore Marc Bonnant, che di recente ha dedicato alla Corsica dei clan un intenso romanzo, Cunsigliu, sin dagli inizi è stato scettico sugli orientamenti dell’inchiesta ufficiale. Nel 2008, dopo aver rievocato sul suo blog la figura di Nicolas, in un articolo intitolato significativamente Acqua in bocca, ha ipotizzato un delitto pianificato, ponendo a se stesso e ai lettori una domanda forte: «Chi ha avuto interesse a far tacere Giudici?». E rimane di questo convincimento. «È sorprendente ‑ afferma oggi ‑ che un crimine compiuto da un balordo abbia lasciato così pochi indizi e testimoni. L’ipotesi di un delitto premeditato è più realistica».

 

L’impegno di studio di Nicolas non è stato ininfluente. Lo stesso Procuratore Generale di Ajaccio, Bernard Legras, intervistato nel settembre 1998 dal «Nice-Matin», ha definito Le crépuscule des Corses «un libro illuminante, che dovrebbe diventare una lettura d’obbligo per chi arriva nell’isola per la prima volta». E tanto più quelle denunce possono aver destato preoccupazione dopo l‘assassinio del prefetto Claude Érignac, avvenuto il 6 febbraio 1998 ad Ajaccio, quando lo scrittore, con il rigore consueto, ha ribadito da diverse sedi, pure televisive, la deriva dei nazionalisti e la loro penetrazione nelle città, oltre che nella stessa università di Corte. Ne sono potuti derivare a quel punto seri risentimenti. Ciò malgrado, la pista dell’indipendentismo armato resta inverosimile. La presa di posizione pubblica dei nazionalisti dopo il delitto rivela un atteggiamento coerente e perfino un rispetto di fondo, nei riguardi di un intellettuale che, alla luce di tutto, per nessuna ragione e in nome di nessuna causa poteva essere presentato come nemico della propria terra. Spunti interessanti presenta invece la pista che riconduce al caso Kamal, la quale, evocata da Marc Monnant nell’articolo citato, solo agli inizi è stata presa in considerazione dai funzionari della gendarmeria. Poco prima della morte, Nicolas aveva presentato alla casa editrice Grasset un memoriale di Karim Kamal, noto in Francia per aver scoperchiato un affaire di prostituzione minorile nella Costa Azzurra, cui avrebbero partecipato alti funzionari di Stato. Quel memoriale sarebbe dovuto uscire di lì a poco. In realtà non è stato mai pubblicato.

 

Il caso di Nicolas Giudici rimane in definitiva aperto. E tale resta prima di tutto a livello morale. Il saggista còrso, ucciso a 52 anni, ha scritto una pagina esemplare nella storia civile della sua isola e in quella della Francia. La sua lezione ha lasciato tracce significative, nella ricerca socio-antropologica sull’isola della bellezza e nel vivo del Paese. Gli studenti, spiega la sorella Claire, ricercano ancora nei suoi scritti gli spunti per comprendere l’evoluzione della questione còrsa nel secondo Novecento. Si tratta tuttavia di una storia offesa, prima di tutto dai silenzi del Paese pubblico. Nicolas ha denunciato il male oscuro della sua terra, senza rimuovere però i torti antichi della Francia. Ha fatto tutto questo con intensità, ma anche con rispetto e perfino con soavità. L’esito è che ancora negli anni di Sarkozy la sua vicenda suscita disagi e timori. È importante e giusto, allora, che le società civili ne onorino la memoria.

 

Fonte: Narcomafie, 7 ottobre 2011

 
Non dividiamo più il Paese! PDF Stampa E-mail
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In occasione della festa della Repubblica, voglio dare, un mio modestissimo contributo per la ricerca di una soluzione di ampio respiro della tragica situazione politica e sociale italiana.

 

Undici lunghissimi anni fa scrivendo  le conclusioni della mia tesi di laurea in Sistema Politico Italiano, prospettavo lo scenario della politica e della società italiana. Allora era vigente ancora il Mattarellum, oggi è vigente il Porcellum, che, possiamo dire, ha ulteriormente aggravato la situazione.

La ricetta per far superare la stasi istituzionale presente nel nostro paese è ancora valida, dopo undici lunghissimi anni la situazione politico-sociale italiana è prossima all'implosione. Possibile che nessuno ne tragga le conclusioni e la si smetta di fare da una parte e dall'altra la caccia alle streghe e ci si segga ad un tavolo di trattativa per rendere vivibile la vita politica e consequenzialmente tutta la vita italiana?

(Stralcio da "La rappresentanza politica e la rappresentanza degli interessi", pubblicata da Società e Politica srl)

UN APPUNTO ALLE PROPOSTE DI RAPPRESENTANZA

Abbiamo[1]considerato il dibattito politico che dagli anni Novanta è in corso in materia di riforma elettorale giungendo fino alle proposte temporalmente più vicine a noi.

Ciò che ci preme sottolineare è che l’intero dibattito politico sulla questione del sistema elettorale e di conseguenza tutte le proposte formulate sono frutto, secondo noi, di un errore di fondo, figlio della prima ondata anti-sistema, consistente in una voglia, andata delusa in Italia, di democrazia maggioritaria al fine dell’individuazione di veri responsabili della cosa pubblica dopo le <<sconcertanti scoperte>> fatte da <<tangentopoli>>. Ora ci chiediamo: si sono fatti passi avanti sul piano dell’individuazione di veri responsabili? O sono ancora le segreterie di partito – nei loro chiusi ed irresponsabili interessi - a centellinare il potere? Nella seconda Repubblica i cittadini hanno la possibilità di partecipare più attivamente alla politica? O si fa solo immaginare loro ciò facendogli credere di poter scegliere il governo?

Innanzitutto crediamo sia obbligatorio allargare il discorso, uscire dal mero dibattito sulla riforma elettorale e considerare cosa significherebbe democrazia maggioritaria in Italia, un Paese con una storia complessa e con fratture ancora profonde, alle quali bisogna far fronte in ogni istante. Seguendo Arend Lijphart abbiamo visto[2] quali siamo le condizioni per l’esistenza di una democrazia maggioritaria e su tale fondamento scientifico ci riteniamo autorizzati a sostenere che in Italia non sussista l’habitat per tale tipo istituzionale. Coloro che animano il dibattito politico solo in rari casi sembrano rendersi conto di ciò, eppure, dovrebbe essere intuibile per tutti che la concezione che si ha dell’alternanza nel nostro Paese è completamente sbagliata ed in opposizione con quanto dovrebbe aversi in un regime che pretenda essere di democrazia maggioritaria. Non si può essere desiderosi di democrazia maggioritaria ed al medesimo tempo avere paura dell’avversario nel caso debba essere questi a governare. L’opposizione alla maggioranza dovrebbe essere si forte, ma non brandire l’arma della piazza ogni qualvolta dei provvedimenti non siano di suo gradimento. Così, viceversa, la maggioranza non può servirsi della vittoria elettorale per schiacciare e zittire l’opposizione. Se così ci si comporta o se così ci si vuole comportare, ebbene di democrazia maggioritaria è sconsigliabile parlarne o bisogna cominciare a discuterne in maniera reale e non guardando solo agli, assai ipotetici, aspetti positivi. “Se i vari settori della società hanno una ragionevole fiducia reciproca, e condividono una comune concezione della giustizia, il governare a maggioranza semplice può ottenere un buon successo. Nella misura in cui questo accordo soggiacente manca, il principio maggioritario diventa più difficile da giustificare, poiché è meno probabile che vengano seguite [attraverso esso] politiche giuste. Tuttavia, possono non esistere procedure di cui ci si possa fidare, una volta che la sfiducia e l’inimicizia pervadono la società.”[3]Questa fiducia reciproca fra maggioranza ed opposizione e fra le altre minoranze non la avvertiamo, ma speriamo di non essere ancora all’ultimo stadio della vita sociale, prospettato da John Rawls, e per non correre il rischio di arrivarci bisogna far muovere la transizione in atto nel nostro Paese.

Andando controcorrente, si badi, rispetto a quanto si afferma nel dibattito italiano ma non a quanto a livello internazionale viene dichiarato dai maggiori politologi, riteniamo sia il sistema di democrazia consensuale quello che possa meglio gestire una realtà plurale come quella italiana. E’ venuto il momento di capirlo e di ricostruire quindi tutte le varie istituzioni in quest’ottica per non creare ibridi disfunzionali. Uno di questi ibridi è certamente il sistema elettorale odiernamente vigente in Italia, il Mattarellum  di cui conosciamo il difetto fondamentale: la creazione di ammucchiate elettorali sulle quali i rappresentati hanno ben poco da decidere venendo tutto gestito a partire dalla spartizione dei collegi sicuri dai partiti rimasti nel loro modus operandi totalmente distaccati e irresponsabili verso i cittadini. Ed infatti, un punto fondamentale che si dovrà toccare, se si vogliono porre in essere vere riforme e non simulacri di esse, è quello della democratizzazione dei partiti politici nell’ottica di una reale attuazione dell’art. 49 della Costituzione. I cittadini debbono essere messi in grado di partecipare per il tramite di partiti politici democraticamente organizzati alla determinazione della politica nazionale. Le riforme, quindi, non possono essere inutili esercizi di formalismo giuridico che tutto <<cambiano>> per far rimanere ogni cosa come prima. I partiti non possono continuare ad essere, come finora sono sempre stati nella nostra storia, il mezzo per l’attuazione di politiche volte a privilegiare determinati interessi a discapito di altri e soprattutto a discapito del superiore interesse dell’intera comunità. Se si opererà su questa linea l’istituzione della rappresentanza politica potrà veramente affermarsi e attraverso essa la cittadinanza tutta.

Non vogliamo certo eliminare, con l’affermazione della rappresentanza politica, la rappresentanza degli interessi. Quello che qui si è compiuto è un tentativo di divisione netta tra questi due istituti, purtroppo, odiernamente troppo contigui tanto da perdersi l’uno nell’altro. Che la rappresentanza degli interessi debba esistere è la società plurale che lo determina, ma gli interessi debbono essere visibili e le pressioni poste in essere debbono essere giuste, non possono estrinsecarsi in comportamenti di minaccia o corruttivi, perché, altrimenti, nell’uno o nell’altro caso si forzano i meccanismi del vivere democratico.

Come abbiamo già affermato[4] occorre una severa regolamentazione dei gruppi di interesse e di pressione, tale materia non può continuare a restare tutta impunemente sommersa.

Riforme del genere sarebbero, a nostro parere, epocali e la società che da essa scaturirebbe potrebbe maturare molto più velocemente in un ottica di rispetto di ogni tipo di diversità, in modo da non vedere più ridotta la politica ad un gioco per il potere tra fazioni meschinamente duellanti in difesa dei loro interessi.

[1] Supra, CAPITOLO II, 4. LA SCELTA DEL SISTEMA ELETTORALE: IL DIBATTITO POLITICO, 5. L’ULTIMO TENTATIVO DI RIFORMA ELETTORALE

[2] Supra, CAPITOLO I, 3. DEMOCRAZIA MAGGIORITARIA O DEMOCRAZIA CONSENSUALE?

[3] J. RAWLS, Una teoria, cit., p. 199

[4] Supra, CAPITOLO I, 5. GRUPPI DI INTERESSE E DI PRESSIONE

 

 
Bruno De Stefano. 101 storie di camorra PDF Stampa E-mail
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Bruno De Stefano, "101 storie di camorra che non ti hanno mai raccontato", Newton Compton, 2010, euro 9,90

Leggere e recensire questo volume di Bruno De Stefano è stato un vero piacere. Si tratta di 101 storie di camorra, raccontate in forma aneddotica, molto interessanti e veramente poco conosciute per i non addetti ai lavori. Fra tutte le storie raccontate quelle che più ci hanno interessato per una questione, soprattutto, di studio storico/giornalistico della camorra e di chi la racconta, sono  le due storie sul falso attentato a Roberto Saviano e sul falso pentimento di Raffaele Cutolo.

Nella cronaca nazionale, infatti, questi due episodi vengono raccontati come fondati sulla verità, il primo da Roberto Saviano ed il secondo, soprattutto, da parte di Rosaria Capacchione.

Perchè ci domandiamo si vuole a tutti i costi far passare queste notizie per vere, quando è accertata giudiziariamente la loro falsità?

Non tocca a noi deciderne il perché, ma certamente, stuzzicare la fantasia e l'intelligenza dei nostri lettori è doveroso, per aprire loro gli occhi contro le ricostruzioni di "regime" delle storie di camorra, che molto spesso, come vedremo, con questi due esempi sono totalmente differenti dai fatti registrati dalla magistratura.

La ricostruzione del falso attentato a Saviano, che viene fatta nel libro di Bruno De Stefano, mette in luce in maniera lampante quanto sia lontana dalla verità ciò che viene raccontato sulla stampa nazionale ed, in particolare, su quotidiani tipo "La Repubblica". Il falso attentato a Saviano intasò in maniera indescrivibile tutta la stampa e la televisione nazionale per mesi ed ogni tanto ancora se ne parla, nonostante il caso sia stato archiviato dalla magistratura da moltissimo tempo. La ricostruzione riportata da De Stefano è stata in realtà, fatta dalle colonne del "Corriere del Mezzogiorno" da Titti Beneduce e qui ci sentiamo in dovere di riportarla

"All'origine del caso c'era un banale equivoco, diventato però, a causa della tensione di quel momento un incubo nazionale. [...] La notizia che i Casalesi progettavano un attentato contro Saviano fu divulgata dallo stesso scrittore, che indicò la fonte della notizia nell'ex boss Carmine Schiavone. Poche ore dopo, l'allora coordinatore della DDA, Franco Roberti, diramò un comunicato per smorzare i toni e invitare alla prudenza: la Procura era estremamente scettica sulla vicenda. Solo ora, però, è possibile ricostruire con precisione cosa accadde. C'era stata una cena in un ristorante milanese nella quale un poliziotto aveva parlato con un amico di Roberto Saviano e del suo libro, Gomorra, diventato anche un film di successo. L'interlocutore del poliziotto aveva ipotizzato che la camorra casalese presto si sarebbe sbarazzata dello scrittore; un'ipotesi del tutto astratta, hanno accertato gli investigatori, una supposizione generica buttata lì nel corso di una chiacchierata informale. Il poliziotto, però, ritenne opportuno informare i suoi capi, che informarono  gli apparati di sicurezza, che informarono la Procura di Napoli. Si scoprì che l'amico del poliziotto abitava nella stessa provincia in cui risiedeva anche, in segreto e con un'altra identità, il pentito Carmine Schiavone: per il quale però il periodo di collaborazione con gli investigatori era prossimo alla scadenza e che da anni, ormai, lontano da Casal di Principe e dai suoi vecchi compagni d'affari. Saviano, già sottoposto da più di un anno a rigide musure di protezione, si preoccupò comunque. La notizia divenne un titolo di prima pagina su tutti i quotidiani nazionali. Per fortuna era falsa".

 

Peccato che il fatto accertato dalla magistratura che la notizia fosse totalmente falsa e fondata sul nulla più assoluto, però, non abbia ricevuto la stessa risonanza mediatica.

Venendo al falso pentimento di Cutolo ci tocca sottolineare in maniera forte e decisa che esso non è mai avvenuto nella realtà. Cutolo, purtroppo, non ha mai collaborato con la giustizia, non ha mai aiutato gli investigatori ad infliggere dei duri colpi alla criminalità organizzata, Cutolo sta all'ergastolo e mai uscirà di prigione, perché Cutolo mai si è pentito e mai è diventato un collaboratore di giustizia. Non capiamo proprio perché certi giornalisti, anche di esperienza, e ci riferiamo in particolare alla giornalista de "Il Mattino" Rosaria Capacchione si ostini con tenacia, a far passare sui media nazionali questa falsa notizia, addirittura dichiarando che solo con Cutolo lei ha parlato una volta perché lui si era pentito.

Eppure anche se Cutolo è in carcere da decenni gli investigatori non hanno mai dichiarato l'annientamento completo del suo esercito. Anzi, ci sentiamo di dire, che negli ultimi anni c'è stato un grosso aumento dei clan che si definiscono neo cutoliani, e se si definiscono in tal modo, un motivo ci sarà. Che Cutolo sia ancora un boss della camorra, lo si capisce anche dall'assedio da parte di suoi affiliati dell'ospedale napoletano dove nacque sua figlia pochi anni fa. Un ospedale blindato per ragioni di sicurezza, non dalle forze dell'ordine, ma dell'esercito dei cutoliani, che sono ancora vivi e vegeti, che dettano ancora legge nei comuni sotto il loro dominio, che stanno nuovamente allargando i loro confini, anche a causa del fatto che lo Stato già di per se disattento, in alcuni casi viene dirottatato dalla stampa di "regime" verso altri nemici da abbattere.

A nostro avviso la guerra contro la camorra dovrebbe essere totale e volta all'annientamento di ogni genere di clan e di cricca politico/imprenditoriale ad essa riferibile.

Ritornando al libro di De Stefano è da leggere tutto d'un fiato, un vero libro di racconti sulla camorra, per tenere vive le nostre coscienze con fatti reali e non con astruse fantasie.

 
Al voto dalle parti di Gomorra PDF Stampa E-mail
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Paolo Farina

Al voto dalle parti di Gomorra

Il pamphlet del giovane candidato

Palomar, 2010, euro 10,00

 

Ho avuto modo di leggere il libro di Paolo Farina e di ritrovare in esso, alcune delle mie esperienze personali dal punto di vista elettorale, dal punto di vista ideale e anche dal punto di vista della lotta al savianismo, che come tutti gli ismi deve essere condannato e non innalzato ad esempio da seguire, come, purtroppo, invece, troppi si ostinano con tutte le loro forze a gridare al mondo.

E’ un libro duro, che parla della nostra terra, soffermandosi in particolar modo sul capoluogo di provincia Caserta.

Racconta un’esperienza elettorale, di elezioni amministrative, le più difficili in assoluto nelle quali gareggiare, nelle quali non vale tanto la preparazione personale e politica, ma contano molto di più parentele, clientele e vero e proprio accattonaggio che nulla dovrebbe avere a che spartire con la politica.

Nella sua esperienza, nella sua amarezza, ho ritrovato la mia esperienza e la mia amarezza.

Nel suo racconto ho ritrovato il mio pensiero.

E’ molto crudo l’autore, nel raccontare la nostra terra e soprattutto i suoi abitanti troppo avvinghiati al loro essere camorristi dentro, che vuol dire cercare in ogni modo il sotterfugio, la scappatoia per tagliare sempre primi ad ogni costo il traguardo della vita, senza pensare che tutto ciò provoca quotidianamente un degrado sempre maggiore del nostro vivere.

Paolo Farina racconta benissimo anche un proprio vissuto familiare, una bruttissima esperienza collegata a fatti giudiziari che coinvolsero nei decenni appena passati il padre, che venne travolto dall’ondata di tangentopoli e di mani pulite. Ondata che travolse, troppe volte, anche persone onestissime, ma che hanno dovuto comunque subire anni ed anni di processi, arrivando infine a sentenze di assoluzione che non fanno altro che lasciare ulteriore amaro in bocca, guardando l’infimo livello della politica di oggi e rammentando, invece, quello che fu distrutto dalla ghigliottina mediatico/giudiziaria dell’inizio degli anni ’90 del Novecento.

Scrivo questo da ex militante dell’Italia dei Valori – Lista Di Pietro! Troppo spesso si è sbagliato con giudizi sommari e si è distrutto un ceto politico, che rispetto all’attuale era sicuramente maggiormente preparato ed aperto al dialogo costruttivo per il bene della comunità e non per mero tornaconto personale. La deriva dittatoriale di quel partito politico, in cui per due ani ho militato, è oggi, probabilmente, la riprova, che con quelle operazioni degli anni '90 non si voleva fare vera pulizia nella politica, ma semplicemente mandare a casa un ceto politico per sostituirsi ad esso.

Da moderato spero che un giorno un vera politica di servizio possa realizzarsi per il bene di tutti, se non per il nostro bene, almeno per il bene dei nostri figli.

 

Nota biografica sull’autore

Paolo Farina è un geologo quarantenne con la passione per la narrativa.

Specializzato in idrogeologia e pianificazione del territorio, s’era cimentato in passato solo con scritti scientifici (Il Piano Domitio, CLEAN Edizioni 2000), oltre a collaborare con diverse riviste («Frammenti») e quotidiani («Il Giornale di Caserta») su politiche ambientali.

Nato a Caserta, ha studiato a Roma e a Città di Castello e ha lavorato in Australia, in Belgio, a Milano, a Torino e a Palermo.

Sposato, con due figlie, dal 2004 vive e lavora tra Caserta e Napoli dove ha infine trovato modi e tempi per concretizzare quel sogno: diventare uno scrittore.

Nel 2009 è uscito il suo romanzo d’esordio, Del nostro sangue (Palomar).

Questo è il suo primo esperimento nel campo della saggistica, ma è meglio dirlo a bassa voce.

 
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