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Federico Perna morto fra le mura di Poggioreale PDF Stampa E-mail
Domenica 01 Dicembre 2013 06:16

Federico Perna è morto l’8 novembre. Aveva 34 anni. L’uomo è deceduto l’8 novembre: «Perdeva sangue dalla bocca, aveva bisogno di un trapianto di fegato».

Una «rigorosa indagine amministrativa interna» è stata disposta dal ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, attraverso il capo del Dap Giovanni Tamburino, sulle cause della morte di Federico Perna, avvenuta l’8 novembre nel carcere napoletano di Poggioreale.
Il guardasigilli, che ha espresso «le sue condoglianze e la sua personale vicinanza alla mamma del giovane», «auspica che sulla vicenda sia fatta completa chiarezza, assicurando la massima collaborazione alla Procura della Repubblica che ha già avviato una sua inchiesta».  
La mamma di Federico Perna, il detenuto morto nel carcere di Poggioreale, a Napoli, l’8 novembre scorso, ha sin da subito raccontato una storia - a suo parere - piena di punti bui. Ha chiesto subito di sapere la verità e, soprattutto, ha denunciato anomalie, risposte non date. Lo ha fatto descrivendo i momenti successivi alla morte del figlio ma soprattutto quelli precedenti quando Federico stava male e quando, questa la sua denuncia, forse qualcuno non ha fatto quello che doveva fare. Trentaquattro anni, Federico da giorni perdeva sangue dalla bocca quando tossiva. Aveva bisogno di un trapianto di fegato, ha raccontato la sua mamma Nobila Scafuro. 
«Federico non doveva restare in carcere, ma essere ricoverato in ospedale: aveva bisogno di un trapianto ed era stato dichiarato incompatibile con la detenzione da due diversi rapporti clinici, stilati dei Dirigenti Sanitari delle carceri di Viterbo e Napoli Secondigliano - questo il racconto della mamma pochi giorni dopo la morte del figlio - Invece, da Secondigliano è stato trasferito a Poggioreale, dove le sue condizioni di salute si sono ulteriormente aggravate: sputava sangue, letteralmente, e chiedeva il ricovero disperatamente da almeno dieci giorni lamentando dolori lancinanti allo stomaco». 
Poi, la morte di Federico, appresa dalla famiglia «da una lettera di un compagno di cella». «Non sappiamo nemmeno dove sia morto, perché le versioni sono diverse - la denuncia della mamma - ci dicono che è morto nell’infermeria del carcere di Poggioreale, di attacco cardiaco e senza la possibilità di essere salvato con il defibrillatore, poi ci dicono che è morto in ambulanza, poi ancora che è morto prima di essere caricato in ambulanza o addirittura in ospedale, e anche su questo ci hanno nominato più di una struttura possibile”.  (fonte La Stampa)

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Un caso quello di Federico che farà discutere, forse diventerà un nuovo caso Cucchi, anzi, qui la situazione sembra ancora più degradata e degradante. Un sistema penitenziario che dovrebbe puntare alla rieducazione dei detenuti, che non fa quasi nulla per metterla in pratica. Che spende e spande per attività di mera custodia, e non trova la forza di assumere personale adeguatamente numeroso dell'area educativa. Oggi a Poggioreale ogni funzionario giuridico-pedagogico dovrebbe riuscire ad ascoltare ed a seguire, quotidianamente, circa 200 detenuti, cosa materialmente ed umanamente impossibile, anche se questo lavoro fosse svolto da Santi e non da normali uomini e donne. Inoltre, troppo spesso, questi funzionari si trovano a vedere inascoltate le loro segnalazioni di criticità di alcuni detenuti.

Forse, inoltre, il caso di Federico è ancora più grave e metterà in evidenza, che il diritto alla salute deve sovrastare qualsiasi altro diritto, anche quello della certezza della pena e se proprio di pena, vogliamo parlare, bisogna dire che Federico, aveva solo qualche anno da scontare, non 20, 30 o l'ergastolo. Un differimento dell'espiazione della pena viste le circostanze, per le quali, oggi, purtroppo, siamo costretti a scrivere, era probabilmente d'obbligo per evitare questa tragedia, che il cuore spera sia l'ultima, ma che la mente già sa, purtroppo, che non lo sarà.

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Marzo 2014 18:03
 
BIDOGNETTI(CLAN DEI CASALESI) E PINTO (DEMOCRATICI DI SINISTRA) CONDANNATI PER DISASTRO AMBIENTALE PDF Stampa E-mail
Scritto da Luigi Cangiano   
Giovedì 14 Novembre 2013 16:47

NAPOLI - Il boss dei Casalesi Francesco Bidognetti è stato condannato a 20 anni per avvelenamento delle acque e disastro ambientale aggravato al termine del processo con rito abbreviato per la gestione ultratrentennale della discarica Resit di Giugliano e l'avvelenamento della falda acquifera. La sentenza è stata emessa il 13 novembre 2013 dal gup Claudia Picciotti all'esito di un giudizio protrattosi per circa quattro anni. 


CONDANNATO ANCHE MIMMO PINTO - L'ex parlamentare Mimmo Pinto, un tempo leader del movimento dei disoccupati organizzati, è stato assolto dall'accusa di aver contribuito all'avvelenamento della falda (nei suoi confronti è stata anche esclusa la aggravante dell'aver agito per favorire il clan dei casalesi) e condannato a sei anni di reclusione per disastro ambientale e falso. Dichiarati prescritti gli altri reati di cui era imputato, il gup ha rimesso al giudice civile il risarcimento del danno e ha rigettato la richiesta del sequestro dei beni intestati a Pinto avanzata dall'Avvocatura Generale dello Stato. Nei confronti di Bidognetti e Pinto, il pm Alessandro Milita aveva chiesto rispettivamente 30 e 12 anni di reclusione; sei anni era la richiesta per il terzo imputato che aveva scelto il giudizio abbreviato, Giuseppe Valente, ex presidente del consorzio Impregeco, nei cui confronti sono stati dichiarati prescritti tutti i reati di cui era accusato. 



PINTO: DA DEMOCRAZIA PROLETARIA AL PDL AI DS - Fu il fondatore dei «Disoccupati organizzati» napoletani e dirigente di Lotta Continua, alle politiche del 1976 fu il candidato alla Camera di LC nella lista Democrazia Proletaria, e venne eletto per le dimissioni di Vittorio Foa. Con lo scioglimento di Lotta continua aderì al Partito di Unità Proletaria per il Comunismo. Alle elezioni politiche italiane del 1979 fu rieletto alla Camera con il Partito Radicale nel collegio di Milano. Nel 1996 fu candidato alle politiche nel Polo per le Libertà a seguito dell'accordo tra la lista Pannella Sgarbi e Forza Italia, ma non fu eletto. Negli anni 2000 si avvicina ai DS ed è stato presidente consorzio rifiuti Napoli.

IL DIFENSORE DELL'EX DEPUTATO - L'avvocato Gaetano Balice, che ha difeso Pinto ha dichiarato: «Rispettiamo ma non condividiamo la condanna, anche se la assoluzione dall'accusa dell'avvelenamento delle acque e la esclusione della gravissima accusa di aver agito per favorire un clan camorristico confermano la fiducia che Pinto ha nella magistratura». «Ciò - prosegue l'avvocato Balice - rafforza la convinzione che in sede di appello verrà riconosciuta la totale estraneità dell'imputato, che intervenne nella gestione della discarica per disposizione commissariale e si attivò subito per impedire che la contaminazione e l'inquinamento degenerassero».

FALDA AVVELENATA DAGLI ANNI SETTANTA - Secondo l'accusa, la falda è stata avvelenata a partire dagli anni Settanta con continui ed illeciti sversamenti di sostanze tossiche organizzati dal gruppo camorristico casalese con la complicità dell'avvocato Cipriano Chianese, titolare della discarica Resit. Nel 2003 la discarica, per disposizione del Commissario per l'emergenza dei rifiuti, fu affidata alla gestione del Consorzio Napoli 3 presieduto da Mimmo Pinto con il compito di sversare rifiuti solidi urbani e di stoccare, prima provvisoriamente e poi definitivamente, le balle di Cdr che si andavano via via accumulando in seguito alla disposizione commissariale che, in deroga del contratto stipulato con Impregilo, consentiva lo stoccaggio delle ecoballe al fine dell'utilizzo per il recupero energetico.

LA GESTIONE ILLECITA - Secondo l'accusa, la designazione di Pinto era strumentale alla gestione camorristica della discarica ed era stata favorita dall'ex coordinatore campano del Pdl Nicola Cosentino, che avrebbe fatto pressioni sul Consorzio dei Comuni al fine di ottenere la nomina dello stesso Pinto. Sulla base di questa premessa il pm aveva sostenuto che Pinto si fosse inserito consapevolmente nella gestione illecita della discarica, contribuendo e aggravando l'avvelenamento della falda acquifera. Per gli altri imputati che non hanno scelto il giudizio abbreviato il processo è ancora in corso davanti alla Corte d'assise.

Ultimo aggiornamento Venerdì 28 Febbraio 2014 05:11
 
Dopo la condanna per plagio ora Saviano è stato condannato anche per diffamazione per Gomorra PDF Stampa E-mail
Scritto da Luigi Cangiano   
Giovedì 14 Novembre 2013 16:26

Lo scrittore Roberto Saviano è stato condannato per diffamazione a risarcire con 30mila euro una persona citata nel suo best seller 'Gomorra'. Lo ha deciso il Tribunale di Milano al termine di una causa civile intentata da Enzo Boccolato, assistito dall'avvocato Alessandro Santoro.

Il giudice della prima sezione civile, Orietta Miccichè, ha infatti «accertato - come si legge nel dispositivo della sentenza - il contenuto diffamatorio in danno di Enzo Boccolato della frase contenuta a pagina 291 del libro intitolato 'Gomorra'», nella parte in cui «l'autore prospetta che Enzo Boccolato insieme ad Antonio La Torre 'si preparavano anche a tessere una grande rete di traffico di cocaina'». Il giudice ha quindi condannato «Saviano e Arnoldo Mondadori Editore Spa (editore del libro, ndr) in via tra loro solidale al risarcimento del danno subito da Enzo Boccolato e a corrispondergli la somma di 30mila euro». Il giudice ha anche ordinato «la pubblicazione dell'intestazione e del dispositivo della presente sentenza a cura e spese dei convenuti una volta a caratteri doppi del normale sul quotidiano 'La Repubblica' entro 30 giorni della notifica in forma esecutiva della presente sentenza».

A carico dei «convenuti» anche le spese legali del procedimento. «Nel libro 'Gomorra' Saviano - ha spiegato l'avvocato Santoro - aveva infatti descritto il Boccolato, che è incensurato e che da vari anni vive in Venezuela conducendo una florida attività nel campo ittico e del tutto estraneo ad ogni attività camorristica, come collegato ai La Torre in relazione al traffico internazionale di cocaina, sostenendo che questo, unitamente ai La Torre 'si preparava anche a tessere una grande rete di traffico di cocaina'».

«Il mio lavoro è raccontare e analizzare ciò che accade. Boccolato ha avuto ragione al Primo grado del processo civile, ma sono convinto di quanto ho scritto e continuerò a raccontare il potere del clan La Torre senza temere cause e condanne», ha fatto sapere Saviano.

In realtà che Gomorra fosse pieno zeppo di pecche, dovuti ai troppi copia e incolla di vari lavori giornalistici altrui, lo denunciamo dal momento dell'uscita di questo romanzo sulla camorra, propagandato per indagine puntuale sulla stessa, cosa che non è. I nodi prima o poi vengono sempre al pettine!

In Gomorra Saviano non fa parola delle connivenze dei clan malatitosi con la politica imperante in Campania fra il 1994 ed il 2006, ossia, quella politica dei PDS, DS, PD, che ha reso la Campania un letamaio sotto tutti i punti di vista. D'altra parte non sarebbe mai potuto avvenire che un autore di quell'area politica, potesse, poi parlarne in termini reali. Penso che tutti ricordano il manifesto pro Veltroni di Saviano del 2008 o no?

Su Gomorra appena uscito nel 2006, piovvero anche una serie di denunce per plagio, presentate da vari giornalisti, via via ritirate dietro il pagamento di lauti risarcimenti da parte della Mondadori, dopo che Gomorra essendo diventato un best seller doveva essere difeso a spada tratta in qualsiasi modo.

La condanna ricevuta da Saviano è quindi solo la punta di un iceberg, molto ben nascosto da chi aveva interesse a creare un mito di un romanzo come mille altri!

Solo qualche mese fa, in settembre, Saviano era stato condannato in secondo grado per plagio. Secondo i giudici della Corte d'appello di Napoli l'autore di “Gomorra” avrebbe copiato e non citato tre articoli di "Cronache di Napoli" e del "Corriere di Caserta" e deve quindi pagare, insieme alla Mondadori, 60mila euro all'editore delle due testate, “Libra” e questa lo ribadiamo e solo una delle poche cause rimaste in piedi nei confronti di Savian, le altre sono state tacitate con moneta sonante!

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 28 Febbraio 2014 05:12
 
La camorra siamo tutti noi! Ecco perché il Sud tracolla! PDF Stampa E-mail
Scritto da Luigi Cangiano   
Giovedì 31 Ottobre 2013 04:52

 

Il turismo al Sud decresce. Grazie a tutti: cittadini, politici e magistratura!

 

La sola Toscana, convoglia sul suo territorio più turisti di tutto il Sud Italia, è questa l’oscena realtà del turismo italiano.

Non si discute della bellezza della Toscana, una regione ricca di storia, di cultura e di capacità, ma questo scritto vuole sottolineare che grazie all’incapacità ed al menefreghismo dei cittadini, dei politici e persino della magistratura che opera nelle regioni del Sud, i nostri territori molto più ricchi di storia e di cultura della Toscana, non riescano a far decollare con serietà il turismo.

Facciamo mea culpa! Tutti! A partire da noi cittadini! Quando le cose non vanno bene non possiamo prendercela solo con il politico di turno, che definiamo aprioristicamente ladro! Prendiamocela in primo luogo con noi stessi, che quel ladro lo abbiamo mandato ad amministrarci e prendiamocela anche con noi stessi quando vediamo cumuli di rifiuti riversi in bella mostra per strade e stradine. Non nascondiamoci tutti dietro alla famigerata camorra, che esiste e nessuno lo vuole qui mettere in dubbio, ma che troppe e troppe volte viene accusata anche di colpe non sue, essendo diventata l’alibi perfetto per noi cittadini, per i politici corrotti che ci disamministrano e persino per la magistratura che troppe volte pensa di risolvere tutti i problemi della nostra società solo tentando di intaccare il potere della criminalità organizzata, non rendendosi pienamente conto che i mali della società non sono tutti, purtroppo, concentrati solo nella criminalità organizzata.

Carissimi uomini e donne del Sud, se non ci laviamo prima la nostra coscienza, tutto resterà sempre così, come è oggi, in pessimo stato, nulla potrà mai cambiare se non riconosciamo dapprima tutte le nostre colpe.

Perché un turista dovrebbe venire da noi se continuiamo ad offrirgli una brutta immagine di noi e delle nostre terre! Perché un ricco turista dovrebbe arrivare a Napoli, per vedersi dopo qualche ora depauperato di auto, di orologi e magari essere minacciato con pistola alla tempia nel corso di una rapina?

Perché un turista dovrebbe venire nelle nostre terre, se prima noi stessi non sappiamo curare la nostra cultura plurimillenaria e magari trasformiamo questa cultura in discariche a cielo aperto e si badi bene, la trasformiamo noi semplici cittadini! Non la trasforma la camorra! Non nascondiamoci più dietro questa parola, ovvero, se ancora vogliamo continuarla ad usare, comprendiamo bene che per camorra dobbiamo intendere anche tutti i comportamenti di noi cittadini che infangano il nostro territorio, la nostra cultura ed il nostro vivere quotidiano! Tutti noi cittadini, quando compiamo atti di tale natura, siamo dei camorristi!

Perché dei turisti dovrebbero venire al Sud se ogni giorno, senza prove o comunque con prove minimaliste, continuiamo a dire, noi stessi in primis, che i frutti della nostra terra sono avvelenati, che il latte delle nostre bufale è composto da diossina e che chi mangia mozzarella dop prima o poi avrà dei problemi di salute? Eppure il latte con il quale si fanno le mozzarelle dop è il latte più controllato in assoluto al mondo, ma questo nessuno lo dice! Ci gettiamo fango addosso da soli, anche quando questo fango probabilmente è prezzolato da multinazionali che vorrebbero monopolizzare con i loro prodotti industriali scadenti anche il mercato della mozzarella di bufala campana dop, sostituendolo con prodotti caseari che di tutto sanno fuorché della nostra autentica mozzarella!

Perché degli imprenditori seri dovrebbero investire al Sud? Per ricevere delle richieste di tangenti o di assunzioni compiacenti da parte del politico corrotto di turno o dell’Ufficio Comunale/Provinciale/Regionale corrotto di turno? Per pagare il pizzo alla camorra (in questo caso quella vera!).

Ebbene carissimi uomini e donne del Sud, eccovi, spiegate le ragioni di fondo, per le quali noi con una storia plurimillenaria alle spalle non riusciamo a convogliare più turisti sul nostro territorio. Lo abbiamo troppo massacrato e quotidianamente continuiamo a massacrarlo, se vogliamo che le cose cambino, lavoriamo su noi stessi, comportiamoci onestamente in ogni scelta della nostra vita, non cerchiamo scorciatoie o scappatoie, solo le cose guadagnate con il sudore della fronte danno frutti gustosi e duraturi, tutto il resto è l’oscena vanità che ci sta tutti lentamente uccidendo!

 

Luigi Cangiano

Fondatore Meet up

Movimento 5 Stelle Carinaro

Organizzatore di Meet up a livello nazionale

PRESIDENTE STOP CAMORRA

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 28 Febbraio 2014 05:13
 
AVERSA. QUEL RAGAZZO DI QUINDICI ANNI LO ABBIAMO UCCISO TUTTI NOI! PDF Stampa E-mail
Scritto da Luigi Cangiano   
Venerdì 12 Aprile 2013 08:43

L'inciviltà della nostra vita quotidiana, ad Aversa e nel suo hinterland, ma
potremmo dire in tutta la provincia di Napoli ed in buona parte di quella di
Caserta, la subiamo tutti i giorni. E' un'inciviltà civica, nel senso che
questa è oggi l'esatta fotografia del nostro vivere.

Non possiamo definirci civili, nel senso comune del termine. Da noi non
funziona nulla come dovrebbe e quando sento persone e politici delle nostre
terre che si scandalizzano quando il politico di turno della Lega ci ricorda
tutto ciò che realmente non funziona nella nostra terra, sono disgustato per
loro e non per il politico di turno della Lega.

Da noi troppe cose non vanno come dovrebbero a cominciare dalle istituzioni
politiche e pubbliche in generale. Il marcio da noi si nasconde ovunque, anzi
non si nasconde affatto!Da noi il marcio è la legge. La legge del più forte che
abbatte il più debole.

E' questo lo scenario che viviamo, è questo lo scenario che noi stessi
creiamo. Anche chi dice di essere civile, di rigare dritto, in realtà nella
nostra terra non lo è! Non basta fare il proprio dovere per potersi considerare
civili, in una terra dove regna indisturbata da decenni la legge delle giungla.
Chi fa solo il proprio dovere, chi magari fa il proprio dovere sottostando
comunque al male che ci circonda, senza alzare mai la testa, non è un uomo
civile e non può considerarsi tale auto assolvendosi.

Nelle nostra terra il marcio si esprime in maniera lampante nelle istituzioni,
le malversazioni della politica sono all'ordine del giorno, le connivenze della
politica con la criminalità sono oramai dati di fatto inconfutabili e neppure
ancora portati completamente alla luce, da noi occorrerebbe fare tabula rasa di
certi gruppi di potere politico-economico-criminale.

Anche la Chiesa, nella nostra terra, fa poco, se si escludono pochi esempi
fulgidi, uno su tutti quello di don Peppe Diana, martirizzato dalla mano
criminale, la Chiesa fa veramente poco, troppo spesso nascondendo dietro ad un
dito i problemi che assorbono la nostra vita, altre volte con denunce sterili,
che strappano l'applauso ma che poi lasciano il tempo che trovano.

Da cittadino dell'agro-aversano io mi vergogno di quasi tutto ciò che la
nostra terra produce! Sono in gran parte frutti del male, quasi tutto nasconde
a chiare lettere un disegno di sopraffazione.

Anche una vita spezzata a quindici anni da un coetaneo è la nostra inciviltà
civica, che tutti abbiamo contribuito a costruire votando corrotti, lavorando
per imprese a base criminale, non facendo il nostro dovere, non alzando mai la
testa di fronte a chi vuol farcela tenere a tutti i costi abbassata! Quel
ragazzo di quindici anni lo abbiamo ucciso tutti noi!

Luigi Cangiano
Presidente STOP CAMORRA

Ultimo aggiornamento Venerdì 28 Febbraio 2014 05:13
 
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